Pensieri che affiorano alla mente e al cuore ….

Congo 2012
E alla mente torna il mese passato insieme a P. Pietro e alla “sua” gente. Tutto ciò che ho vissuto, è vivo in me a distanza di quasi tre mesi. Credo che tutto ciò che viene fatto con gratuità, passione, energia ma soprattutto con il cuore rimane per sempre come se tutto ciò venisse scritto con un pennarello indelebile nelle pagine del libro della tua vita. Ed è proprio così, giorno dopo giorno mi accorgo che tutto mi è entrato dentro nel profondo e sento nella notte la musica che non mi lasciava dormire, profumi nell’aria che assomigliano al cibo che ho gustato nelle case, il mio i-pod incessantemente vibra di musiche del grande Koffi Olomide e tutto ciò mi catapulta continuamente a rivivere quei momenti magici. Ogni scusa è buona per far scorrere le foto sullo schermo del pc per carpire nei volti di chi ho incontrato il segreto della loro serenità e gioia.

Rivedo il sorriso candido di Joseph che, come fosse la mia ombra, mi seguiva con i suoi occhi scuri e affiora subito alla mente il mio penultimo giorno di permanenza quando l’ho preso fra le mie braccia e dopo averlo messo nel bidone che raccoglie l’acqua l’ho lavato. Ho visto i suoi occhi illuminarsi felice di avere qualcuno che tenesse a lui, io che ogni giorno gli chiedevo se si fosse lavato e lo mandavo a farlo da solo, ora ero tutta per lui ! E’ stata per me un’emozione grande per un istante mi sono sentita “mamma nel profondo”  diversamente da come mi sento “mamma” di tutti i bambini che il Signore mi affida in ogni mio progetto. L’ho rivisto qualche giorno fà attraverso skype e mi sorrideva come sempre faceva con le labbra e con gli occhi :- Hai dimenticato di portarmi con te in Italia ! – puoi mandarmi un regalo per Natale !? un pallone – Quanti i palloni abbandonati nelle case dei nostri bambini qui, in Italia che non danno più felicità !

il valore dell’amicizia BONDEKO, della famiglia LIBOTA, bambini che riempiono le strade felici di essere al mondo anche se sanno di poter mangiare una sola volta al giorno, donne che portano pesi più grossi di quello che possono sia sulla testa che nel cuore, giovani che vorrebbero scappare dal loro paese che non offre nulla di buono, ovunque sporcizia che è parte della terra che abitano

…  la semplicità e la trasparenza sono all’apice di ogni relazione. gli occhi scuri della gente mostrano il loro cuore che nasconde la sofferenza e la fatica di una vita che hanno ricevuto in dono ma che non hanno scelto. ma tutto qui ha sapore di umanità, di vero.

“capisco perchè sto tanto bene quando sono in viaggio …. tra gente che non ha altro che sorrisi da regalarmi … dove i bambini mi stanno addosso tanto da togliermi il respiro …. dove cammino per la strada e mi sento salutare da lontano … dove i colori, i sapori, i suoni e i volti entrano a far parte della mio corpo …. è lì che io sto bene “

Entra nella parrocchia di San Bernardo

La canonica della parrocchia

È passato quasi un anno dal viaggio indimenticabile in Africa ma è ancora tantissimo il materiale che dobbiamo pubblicare. Da oggi tutti potrete entrare nella parrocchia di San Bernardo, proprio in mezzo al piazzale protagonista dei giochi e delle preghiere delle colonie estive dei ragazzi del quartiere; potrete guardarvi intorno e vedere la chiesa parrocchiale, la canonica, l’altare e la statua della Madonna.

Guarda il panorama a 360°

 

13 Settembre

E’ quasi un mese che siamo tornati da quest’esperienza fantastica. I primi ricordi cominciano a sbiadire e le voci a confondersi.
Rimane il calore nel petto se chiudo gli occhi e penso e Cecile Sara e la stima immensa, stratosferiica che provo per Souer Wivine. Oltre che l’affetto per il nostro caro Pietro, sfuggente e deciso.

Il corso di francese comincerà tra 20 giorni, io mi preparo e ogni sera prima di dormire penso a cosa scriverei alla signora Dorotea e a Cecile.
Mi sento in colpa per amare così a pieno carico la piccola bimba, e non provar la stessa cosa per sua sorella o gli altri ragazzi, ma non posso mentire.

Da quando sono tornata ogni giorno penso a lei o meglio, mentre faccio le miei cose quotidiane mi viene in mente il suo sorriso.
Avevo dimenticato che si arrabbiava quando un fratellino si “permetteva” di dire il mio nome. Per fortuna in Congo avevo amici con i quali confrontandoci riescono a far riemergere i ricordi che iniziano già a gocciolar via.

Dicevo che spesso mi viene in mente la bimba: è buoffo, è proprio mentre mangio un fico e mi imbratto le mani che penso a lei e a come farebbe amangiarlo, con la sua innata eleganza. Oppure guardo i laghi davanti casa mia e il mio desiderio più urgente è quello di portare Cecile al mare, come tutti i bambini della sua età, e guardarla mentre stupita e felice sguazza. Vi immaginate che gioia sarebbe portarla una mezza giornata al mare?

Ogni giorno che passa senza abbracciarla sembra un giorno perso.
In realtà è solamente un giorno non completo, in attesa di giorni al 100%

Diciannovesimo giorno: “porta via Cecilia con te”

Kinshasa non dorme mai. La notte quando passi per le strade non c’è il tram tram come di giorno, certo, ma comunque puoi trovare gente che cammina per la strada: testa china, braccia penzoloni lungo il corpo e sguardo perso. Ci sono anche delle giovani donne circondate da ragazzi, e ragazzini che vagano, magari in piccoli gruppi. L’illuminazione pubblica non esiste, ma la strada non è buia: ai lati della via ci sono piccoli fuochi o sopra i pochi banchetti rimasti aperti ci sono piccole lampade a combustibile, molto caratteristiche e a me tanto care perché è stata un’emozione incredibile una delle prime sere veder i volti delle persone ai banchetti illuminati da piccoli bagliori. Qui fa buio molto presto e velocemente, perciò spesso ci siamo trovati a camminar per strada, in macchina o a piedi, e a veder questo spettacolo.

Kinshasa non dorme mai, e stanotte nemmeno io riesco a dormire. E’ più di un’ora che mi rigiro nel letto. E’ la penultima sera qui, nella RDC.
Uno dei primi giorni, mentre tornavo da una delle mie girate nella parrocchia, dopo aver dato un’occhiata alla costruzione delle nuove scuole qui dietro la chiesa, mi avvicinarono due ragazzini, che poi ben presto avrei imparato a conoscere come Joel & Regina, due cari amici conosciuti in questa piazzetta parrocchiale. Cercavano di spiegarmi una cosa, ma io non riuscivo a capire una parola che fosse una. Saranno loro poi a insegnarmi, con molta pazienza, quel poco di Lingala che ho imparato. Dopo un bel po’ di conversazione a senso unico, un po’ spazientiti dalla faccia da ebete di questa mundele che li guarda senza capire cominciano a ripetermi una frase in Lingala “azali na nzali” o qualcosa di simile. Mi si illumina la lampadina: l’ho già sentita, è nel piccolo dizionario Lingala/Italiano che ci siamo portati dietro. Lo apro e comincio a scorrere. Eccolo: azali na nzali, traduzione: “ho fame”.
Fu uno shock. E’ chiaro, lo sapevo già prima che i bimbetti qui mangiano una volta all giorno, quando va bene. Si vede anche dalle gambine che hanno, e da altri segni di malnutrizione, ma mai mi sarei immaginata di dovermi trovare con un bimbo che ti guarda e ti dice quelle parole. E te non sai cosa rispondere.
Quella fu la prima volta, piano piano che anche i ragazzi della colonia hanno preso confidenza con noi ci hanno bombardato di richieste, spesso ci dicono che hanno fame e vogliono che raccontiamo loro cosa abbiamo mangiato a pranzo o cosa sta preparando in cucina sangu Pietro (padre Pietro). Non ho mai detto loro la verità: quando mi hanno chiesto cosa avessi mangiato ho risposto sempre loso (riso) o fufu (farina di manioca usata come pane) con soso (pollo) o pesce. Non gli ho certo mai raccontato che mangiamo primo e secondo, contorno, caffè e ogn tanto ci scappa pure il bicchierino di amarula.
Fa sempre male sentirsi dire da un bimbo che ha fame, ma non è più come la prima volta: la fitta nel petto non la sento quasi più. Mi stringe qualcosa alla gola, ma non è più un momento di tristezza acuta, come fu la prima volta, ma una sensazione di nodo, di spago lungo l’esofago che rimane lì.
Oltre a dirci che hanno fame ci chiedono continuamente regali, soprattutto ora che conoscono la data del nostro rientro in Italia.
Di fronte alle richieste di cibo e doni ci sentiamo spiazzati. Non sai mai cosa e come rispondere, anche perché dipende dal rapporto che hai col bimbo in questione. Dar qualcosa a tutti è impossibile, perciò, che fare? Parlandone con gli altri venne fuori il rischio che loro ci vedano come dei “babbo Natale” e che ciò non sia costruttivo, più che altro perché non lascerebbe loro qualcosa di importante per la loro crescita.
Con Joel e Regina, e pochi altri ormai mi sono permessa di chieder della loro situazione familiare, tant’è che ieri Regina mi ha invitata a visitar casa sua, dove ho conosciuto sua madre. Joel non ha una casa da mostrarmi, ma ormai siamo in sintonia quindi posso permettermi di chiedergli come mai non ha mangiato qualcosa coi soldi che gli ho dato la mattina al dispensario: c’ha comprato le pile per il giochino che porta sempre in tasca.
Anche i ragazzi più grandi, gli animatori della parrocchia e qualche mamma si è permessa di venirmi a chieder qualche dono prima di partire. Cosa mi lasci come souvenir?? Ed è inutile spiegar loro che i souvenir sono per le persone che visitano un Paese nuovo: qua la tradizione è dversa: sei bianco, quindi sei ricco. E ci fai regali. Ma il rappporto che abbiamo stretto con qualche ragazzo e maman va al di là di qualsiasi regalo, è una gioia profonda e mi tira fuori un sentimento che non è celabile. Ecco il perchè sono qui a raccontare di Cecilia, e famiglia:

Secondo giorno di colonie, era il 2 o 3 agosto. Oggi andiamo a giro per il quartiere coi bambini. Vengono formati una decina di gruppi, mescolando le varie fasce d’età per non aver gruppi con tanti bambini troppo piccoli tutti insieme. Io vengo sballottata, i più grandicelli, soprattutto le ragazzine, fanno a gara per star nel gruppo con me. I più piccoli invece ci guardano incuriositi o spaventati dal colore della nostra pelle.
Alla fine finisco nel gruppo in fondo al piazzale: “te stai in fondo al gruppo”, mi dice l’animatore, “che io vado in cima e controlliamo così che non si perdano per la via.”
Ok.
A chiuder il gruppo c’è una bimbetta, piccolina, alta come la nostra piccola Sabrina italiana, che mi dà un’occhiata che non riesco a decifrare con dei grandi occhi neri.
“Non posso far la figura di quella che perde parte del gruppo prima di partire per il quartiere” penso io, quindi la prendo per la manina ma le rimane un po’ sbigottita, non sa se scappar via o rimaner lì, incuriosita. “Fa’ che non si metta a pianger o fugga via, sennò mi tocca rincorrerla per la via”
L’imbarazzo dura pochi secondi, al il capo gruppo ci dice di avviarci e mano nella mano mi ritrovo a passeggiare per il quartiere con Cecilia, la bimba che mi fa amare Kinshasa.

Non parla granchè, ma tanto io sono più interessata a star con le ragazzine, che mi insegnano le prime parole e che mi chiedono continuamente di cantar e ballar waka waka di Shakira. Dopo un po’ che camminiamo però la bimba tira, comincia a camminare piano piano. Non si lamenta né dice niente, si capisce che è stanca. “Mi tocca prenderla in braccio” non sono abituata a prender i bambini, non ho cuginetti piccoli e non ho mai avuto l’occasione, ma soprattutto il deterrente maggiore a prenderla in braccio è la brutta infezione che c’ha in testa. Porta i capelli cortissimi, perché tutto il capo è coperto da crosticine scure e più chiare perché col pus.
“siamo in ballo, balliamo” la prendo in braccio. Non è così pesa, si porta bene e non piange, né sbava, né altro. Mi ci trovo bene.
Il percorso nel quartiere prevede prove per i ragazzi, tra cui la recita di alcune preghiere, l’elenco dei sacramenti, dei Paesi confinanti con la RDC, balletti tradizioni o canti. E’ proprio durante uno di questi che ballettando con Cecilia in baccio comincia il contatto tra noi. Adora la mia collanina con la croce, la prende, la gira, la guarda spalancando gli occhioni dalla lunga ciglia. “Come ti chiami?” Le chiedo prima in francese e poi in Lingala. Borbotta qualcosa ma non capisco bene. Cecilia, mi risponde una ragazzina del gruppo. Meno male, uno nome facile, penso, così non rischio di dimenticarlo. Paura inutile, mai mi sarei dimenticata quel nome.
Tornando a casa Cecilia un po’ cammina da sé e un po’ sale in braccio, soprattutto quando passiamo per un tratto pieno di fossette. E acqua marcia che attraversa la strada. Mi si accozza alla gamba un altro bimbetto, stessa età di Cecilia, che cerca di intrufolarsi, di darmi la mano togliendo quella di Cecilia dalla mia o di attaccarsi ai miei pantaloni. Cecilia lo picchia, non vuol fare mettersi da parte dal nanerottolo, ma tanto ho due mani. Lo conoscerò poi come Crist, fratello adottivo di Cecilia.

Troppe sarebbero le cosa da raccontare con Cecilia, la vedo ogni giorno, con la scusa di farle la medicazione per la testa. Adesso sta bene, i capelli sono già più lunghini e i due bernoccoli non le fanno più male ma non sono ancora scomparsi.
Mi vuol bene e gioca con me ma dopo e durante la medicazione si ammutolisce e rimane inebetita. Spesso mi si addormenta addosso.
E’ un dolore, pensare a come la ritroverò quando tornerò a Kinshasa. Speriamo rimanga in salute e possa cominciar la scuola. Abita nella casa famiglia di maman Dorotea, insieme a altre 3 sorelle, in quanto sono orfane di papà e mamma. Lei è la più piccola della casa, seguita da Crist, suo amico inseparabile. Abitando in una casa seguita dalla parrocchia è quindi probabile che avrà l’opportunità di andar a scuola.

Un paio di giorni fa vado a casa di mamma Dorotea, per fare la medicazione alla bimba e darle gli antibiotici. Mi accompagna Patrick in moto. Non che abbia una moto: saliamo in 3 su una moto taxi che per 500 fr ci porta là.
A casa ci sono anche le due sorelle grandicelle di Cecilia, Ivonne e Dorcasse. Loro stanno sempre lì mentre faccio la medicazione, ci siamo messe d’accordo così poi se necessario lo faranno loro e poi così almeno non vedono che “rapisco” la bimba e poi la riporto con una biacca in testa senza capirne il motivo.
A fine medicazione faccio per andar via, do il Bon Bon alla bimba (che in realtà è un integratore vitaminico) ma le due sorelle mi fermano: hanno saputo che venerdì partiamo. “Portami con te in Italia”, mi dice Ivonne. E dai, ci risiamo, ormai non c’è nessun ragazzo della parrocchia che non ce lo abbia chiesto. Le do la solita spiegazione che diamo a tutti: ottenere il passaporto per loro è pressochè impossibile, problemi burocratici. Si vedrà.
“Almeno portaci Cecilia” mi dice Dorcasse.
Come? Non capisco bene. “Porta Cecilia con te in Italia” mi dice la sorella maggiore di Cecilia, quella che le assomiglia molto, stessi occhi ma il senza il sorriso della bimba. “Portala con te nel tuo Paese”.
“Ma che dici?”, le dico. “Cecilia ndeko na yo” (è tua sorella) il suo posto è con voi due, che siete la sua famiglia. Io sono una sconosciuta mundele che vi conosce da 3 settimane nemmeno.
Vado via stupita.
Parlando la sera con padre Pietro intusco quanto i miei occhi ancora non vogliano vedere la miseria di Kinshasa e che c’è nel mondo: Dorcasse mi era sembrata superficiale, chi darebbe la propria adorata sorellina a una sconosciuta per portarla dall’altra parte del mondo?????
Chi, se non una ragazzina di 13 anni che ha già chiara, certamente più di me la realtà che è così aspra da mandar giù?
Che futuro ha Cecilia? Che futuro hanno questi bimbi? Le speranze sono così poche per loro tanto che una sorella può fare come atto d’amore quello di affidarla a me?
L’amore di Dorcasse per la sorella e la sua consapevolezza della situazione farebberò sì, senza la minima esitazione, che mi portassi a casa Cecilia. Nessuno obietterebbe niente. E’ il gesto d’amore più drammatico e doloroso in cui mi sia mai imbattuta.

Diciassettesimo giorno: l’ospedale

Salve a tutti, ecco il mio primo articolo, ma prima avvertenza per il pubblico: se mi vedete spesso nelle foto con una t-shirt color sabbia, non vi preoccupate non è la solita, ne ho uno stock.

Bene, stamani è venuta Suor Fideline a prendere Sara per portarla all’ospedale per vedere come operano loro. Mentre Sara si stava preparando, non ho saputo resistere all’idea e così anch’io ho chiesto se potevo unirmi a loro. “Yes you can, it isn’t a problem” manco Barack Obama! Partenza, tutto cariato, dalla parrocchia con super Toyotone, direzione ospedale; lungo il percorso, che non saprei assolutamente ripercorrere tanto era ingarbugliato, abbiamo fatto da taxi ad alcune persone e dopo l’ennesima buca o voragine siamo arrivati a destinazione. Ora, per descriverlo dal punto di vista scientifico/sanitario dovreste sentire Sara, io vi racconterò il punto di vista di un “turista” al massimo posso fare una relazione sull’impianto elettrico, ma per il vostro bene tralascio.

All’ingresso, enorme tendone targato Unicef, che ad occhio e croce deve avere almeno una decina d’anni, e poi ci dirigiamo, accompagnati dalla nostra guida e boss Fideline a fare un tour dell’ospedale. Ingresso, maternità, locale lavanderia, sala eco, rx e degenza malati. Qui non hanno le lenzuola,  l’arredo è obsoleto ed in condizioni non molto buone. Ci presenta all’equipe di infermieri e dottori, poi ci porta a cambiarci per le operazioni. La sala operatoria è alimentata costantemente da un gruppo elettrogeno, anzi 2 neon e la lampada cialitica sono alimentati dal gruppo, essendo gli unici dispositivi elettrici presenti (non ho fatto la foto alla presa della cialitica, ma meritava davvero). Entrati nell’ingresso ci aggingiamo ad entrare, ci sono due stanze: la prima lunga a stretta 2x5metri è dove si cambia e lava il personale (con il bagnoschiuma), la seconda è la sala vera e propria. 5×4, o 5×6 metri all’incirca, due letti operatori separati da un arazzo del 500, l’aria è calda, le finestre sono chiuse, forse una volta c’era un principio di ricambio, ora in disuso. Siamo entrati con le stesse scarpe con cui siamo stati fuori, mascherina, cappellino e via con gli interventi: ernia inguinale, appendicite e massa addominale. L’anestesia è solo lombare, il bisturi non è elettrico, giù betadine e via. Tralascio i dettagli, vi posso solo dire che non sapete quanto sia contento di essere stato operato a Lucca. Socializziamo con il personale, sono tutti scherzosi, anche durante gli interventi, ci mancava solo che partisse un trenino di capodanno intorno ad un lettino ed era fatta. Dice Sara che è abbastanza normale, si, ma in Italia il paziente dorme! Il chirurgo più professionale è Suor Fideline: tatto misto ad eleganza ed esperienza. Alcuni particolari che vedrete nelle foto: tutti i rifiuti (aghi, bende, residuo del lavaggio mani, siringhe) finiscono in un unico cestino da cartoleria e sullo stipite della porta, tenuta aperta da una bombola, c’è per l’occorrenza un cavatappi, per fanta, coca o birra. Prima di entrare Fideline mi aveva chiesto se avrei resistito ed io “I don’t kwnow”, incredibilemente ho durato, anzi ho trovato la cosa parecchio interessante, beh in alcuni momenti una boccatina d’aria però me la sono permessa.

Prima dell’ultimo intervento abbiamo visto anche un paio di ecografie all’addome, l’emozione di un cuore che batte.

Statemi bene e fate ammodo!

Quattordicesimo e Quindicesimo giorno

Sabato sera, come avrete visto nel post precedente, è arrivato Paolo. Riccardo ed io siamo andati a prenderlo all’aeroporto accompagnati da Alexì, un amico di Padre Pietro che ha conoscenze al Ministero dell’Immigrazione e che già ci aveva aiutati al nostro arrivo. Sapevamo che l’attesa all’aeroporto sarebbe stata snervante, per il ritardo dell’aereo, e soprattutto per il ritiro dei bagagli, che è un vero “makelele” (“caos”, per chi non comprendesse ancora il lingala…) Non sapevamo invece come guidano da queste parti, o meglio Pietro ce lo aveva accennato, (infatti quando sono venuti a prenderci 2 settimane fa, all’andata ha guidato Alexì, al ritorno Pietro….), ma sentirselo raccontare o viverlo in prima persona sono due cose totalmente diverse: usciti dal quartiere c’era già coda sulla strada principale con un taxi e un camion fermi in strada l’uno di fronte all’altro, con i rispettivi conducenti che litigavano per il diritto di passo, bloccando il traffico, ma non ci sono problemi, si crea una terza corsia sulla sabbia a bordo strada e via…..Poi che dire dei sorpassi da destra con rientro repentino sulla corsia di sinistra a sfiorare il taxì di turno appena sorpassato (ah, i taxi sono dei vecchi camioncini strapieni di persone, spesso anche all’esterno…)

Per fortuna nel viaggio di ritorno, considerata la tarda ora, (siamo partiti alle 19:20, e tornati in parrocchia alle 22:30 circa), non c’era più molto traffico e ci siamo rilassati…..

Cambiando argomento, domenica si è svolta la messa per la prima Professione dei Novizi Saveriani: 13 giovani hanno fatto voto di povertà, castità e obbedienza, durante la messa in francese delle 10. La celebrazione, ricca di canti e festeggiamenti è durata soltanto 3 ore…..

Da aggiungere che per non perdere l’ultima messa domenicale in lingala, molto animata (un video è già presente nella pagina dedicata) abbiamo deciso di prendere anche quella delle 7, della durata di 2 ore, per un totale complessivo di 5 ore…..(c’è da dire che non tutto il gruppo di “mindele” ha resistito fino alla fine…..)

Alla fine della “maratona” si è svolta la festa per i novizi nello splendido giardino del noviziato.

In questo aggiornamento troverete immagini dalle due messe, dalla festa, ed anche i nostri preparativi del giorno prima dalla “parrucchiera”…..

Saluti!

P.S: le camicie che indossiamo sono Made by Soeur Wilvine.

Tredicesimo giorno: il dispensario

Nella parrocchia che ci ospita, la parrocchia di S. Bernardo, oltre alle fosse piene di rifiuti, i banchetti lungo le vie (vedi video) e i mucchi di terra scaricati dai camion spunta un’oasi. Si trova a circa mezzo chilometro da dove dormiamo, ma non ci posso andar a piedi da sola perchè “non è sicuro” per una mundele come come. Nemmeno di giorno.

Allora mi accompagna Patric, un amico della parrocchia. Sia ieri mattina che stamani andiamo via e poi lo richiamo quando deve venir a riprendermi! Non credo sia molto felice di dovermi scortare su e giù per il quartiere, ma non lo dà a vedere 😉

Ieri mattina, dopo che Patric se ne è andato, rimango sola con suor Wilvine, l’infermiera che gestisce il dispensario. Io non parlo nè francese nè Lingala, ma un po’ capisco entrembe e lei conosce solo queste due. Lei mi parla e mi racconta del Congo, della guerra, del lavoro al dispensario. Dice che nella RDC sono le infermiere a far nasce i mwana, i bambini. A far loro la circoncisione, e altre cose. Lì con lei non ci sono dottori, e nella stanza accanto c’è una maman in travaglio. E’ già al quarto figlio, dovrebbe “far presto”, dice la suora.

Noi continuiamo a parlare di Kinshasa, mi racconta un po’ della percentuale di TBC e HIV che ci sono nel quartiere, del fatto che nel loro laboratorio, nell’altra stanza, sanno fare la colorazione di Zien Nielsen per la Tubercolosi e il test dell’HIV. Nello screening pernatale è previsto un test per l’HIV e spesso, mi racconta, quando le future mamma risultano positive negano il permesso alla suora di dare il risutato anche al marito. Lui non deve assolutamente sapere, hanno paura d’esser ripudiate, dice lei. Io non so cosa pensare.

Ci interrompe una mamma, che entra nell’ambulatorio/accettazione chiedendo informazioni. Io ovviamente non capisco niente, in quanto sia il Francese che il Lingala li capisco solo se parlati lentamente e con abbondandi gesti. La mamma se ne va. Mi dice Wilvine che è al 7 mese di gravidanza ma che ha già fatto la cura per la malaria ma i titoli dall’esame del sangue dimostrano che la situazione è peggiorata, quindi dovrà cominciare il Chinino. E’ andata a casa a chiamare il marito per chieder il permesso o i soldi, non ho capito.

Chiedo spiegazioni a Wilvine la quale mi spiega che non è malata perché non mangia a sufficienza ma perché vive lungo il fiume e la notte non hanno zanzariere da metter sul letto.

Se ce l’hanno il letto, penso io.

Sono molto belle le donne congolesi, col loro portamento equilbrato e collo lungo, ma ancor più belle sono le donne che aspettano un bebè. Non sono “grandi” come le nostre mamme in dolce attesa, continuano ad esser molto agili anche al settimo mese!

Quando la signora torna col marito parlottano un po’ sul da farsi e decidono di cominciare la cura.

Appena esce dalla stanza arriva di corsa una donna con un camice rosa tipo quello per fare i lavori in casa. Wilvine agguanta 3 paia di guanti al volo e mi incita ad andar nella sala parto. “Sala parto”, ohibò. Piastrellata è piastrellata, quello sì. Però di sala parto ha poco o niente. Nel centro si trova un lettino ginecologico con un secchiello alla fine. Appena si entra c’è un materassino da ginastica per terra e poi c’è un lavandino col mobile.

Quando arriviamo la neo mamma è già sul lettino con un telo addosso, Wilvine le fa alzare le gambe per posizionarsi e vediamo già spuntare la testolina. E poi è stato una volata: il bambino nasce con una velocità da record

[articolo in costruzione]

Ecco le foto 😉

Dodicesimo giorno: Mundele! Ni hao!

“Mundele” in lingala significa “uomo bianco” o “donna bianca” ed è l’appellativo usato comunemente dai ragazzi e dai bambini del quartiere quando passiamo per strada. Di bianchi non ce ne sono poi molti da queste parti e per questo destiamo un certo interesse.
Basta voltarsi e salutare che d’improvviso i volti un po’ titubanti si aprono in un grande sorriso e spesso ci ritroviamo con la scorta al seguito perché, specialmente con Sara, i bambini aspettano che ci fermiamo per poterci vedere meglio.
Proprio perché di “bianchi” da queste parti non se ne vedono molti alle volte veniamo scambiati per cinesi (che gestiscono una fonderia nel quartiere) e salutati al grido di “Ni hao!” (salve) che somiglia tanto al ragliare degli asini! Dopo aver visto i volti dei poveracci che portano camionate di ferri vecchi davanti il cancellone della fonderia e il fumo nero che si alza da dietro le mura di recinzione ci teniamo a correggerli: “moto mwindo, nous sommes italiens”.

Nella pagina dei video potete vedere il cancellone rosso della fonderia. (“Dalla parrocchia al noviziato“, minuto 3:30 circa, guardare a sinistra.)

Come di consueto postiamo qualche fotografia.